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Crema di Limulo

Roma, 25 Febbraio 2008. Degustazione Slow Food, dieta Low Carb, commercio Equo e Solidale, materiali naturali, nè sfruttamento nè beneficienza, giustizia commerciale, prodotti BIO: questi fino a ieri erano i valori fondanti e condivisi su cui poggiava la cultura progressista mondiale assetata di giustizia ed equità. Oggi la rivoluzione culturale sta per compiere un altro grande passo verso la completa maturità: l’introduzione nei salotti buoni della società civile del nuovo stile di vita Archeo-LifeStyle. Creato da Kumagoro e Serir (questi gli pseudonimi del duo di intellettuali più apprezzato del momento) e veicolato verso le masse con la creazione del marchio LimuLife, questo singolare stile di vita sta ormai spopolando in tutto il globo: in sostanza si tratta di idealizzare, valorizzare e infine sfruttare tutti gli esseri viventi che popolano il pianeta sin dalla notte dei tempi e che, grazie alla propria manifesta superiortà nei confronti dell’uomo in termini di resistenza all’evoluzione, hanno di fatto mantenuto inalterati aspetto e abitudini. Il Limulo è il principe di tali creature e, come tale, è stato scelto come testimonial della campagna di sensibilizzazione. In un recente articolo apparso sul Sole 24 Ore, Kumagoro spiega con la sintesi di cui è maestro: “Viviamo in un’epoca che, più di ogni altra, ci pone domande drastiche. Chi siamo? Da dove veniamo? Come faccio a comprarmi quella sciarpa da 80 euro? E che colore è il vinaccia pallido? Religioni e ideologie non sanno più dare risposte credibili a queste domande. Il Limulo è la risposta. Il Limulo proviene dall’epoca in cui l’Uomo e la Donna combattevano i dinosauri e assistevano allo sbarco della prima ondata di extraterrestri. Erano Uomini e Donne che sapevano vivere le proprie emozioni, che amavano scoprire il proprio mondo e dominarlo in modo semplice e diretto, con clava e selci acuminate. Il Limulo porta con sé il ricordo di tutto questo, della forza e del candore di quell’Umanità e Donnità perdute. E ce le restituisce, alterate unicamente da alcune droghe psicoattive e pochi composti chimici disgreganti. Il limulo ci parla di antico, di puro, di un’era in cui l’ozono era ancora tutto lì al suo posto tra le sfere celesti e gli pterodattili non erano ancora in via di estinzione. Oggi si avverte l’urgenza di un nuovo contatto con la natura matrigna, così da riconciliarsi con questa figura genitoriale a cui troppo spesso abbiamo rubato dalla borsetta, o sbattuto la porta in faccia urlando “Tu non mi capisci! Non puoi darmi ordini! E poi non sei neanche veramente mia madre, io vengo da Vega!”. Da più parti si levano cori greci che inneggiano a un ritrovato spirito ecologico di stampo medievale, quando il buono e il cattivo erano categorie chiare e univoche, e l’uno veniva premiato attraverso il martirio, l’altro castigato affidandogli il potere temporale. Il Limulo è la risposta più naturale a questa esigenza di naturalità. Tutto negli Oli Esausti Essenziali che stanno alla base dell’estratto della Crema di Limulo ci parla di natura. Cosa c’è infatti di più naturale degli elementi della tavola periodica? Cosa c’è di più puro e poetico dei gas radioattivi che stanno al centro delle reazioni termonucleari delle stelle di tipo B? Il limulo ci dice: abbracciate la natura, abbracciate lo spazio cosmico da cui certe sette dicono io provenga, brillate anche voi al buio come una stella”.

Da queste parole, venate di fanatismo idologico, si potrebbe pensare che la LimuLife sia un semplice veicolo dell’archeo-pensiero e non un’azienda fiorente attenta ai ricavi, ma sarebbe un errore di sottovalutazione: sentite come si esprime Kumagoro in proposito: “Parlando di mercato, LimuLife non ha inteso scendere in campo con una proposta che tentasse di inseririsi in un segmento particolare. Avevamo per le mani una materia prima, il Limulo, la cui versatilità dimostrata dai primi testi di laboratorio quasi ci spaventava. Ma troppa era la concorrenza nei singoli settori principali del mercato contemporaneo: animali esotici da compagnia, complementi d’arredo, gastronomia etnica, prodotti di lusso per la cura della persona, prodotti per il benessere e per combattere lo stress causato dagli altri prodotti. Il Limulo si adattava a entrare di slancio in ciascuno di questi settori fondamentali. Dovevamo solo decidere per quale di essi preferivamo essere etichettati sulle stupide riviste di costume (a cui avremmo concesso interviste in finta esclusiva soltanto per denaro, e da cui quindi sarebbe in realtà derivato il fatturato maggiore dell’attività). Non sapendo scegliere, abbiamo avuto l’idea di adattarci noi stessi alla versatilità del Limulo, sfruttando nel contempo il bassissimo quoziente intellettivo proprio degli Uomini e delle Donne dei nostri giorni. Dopo un accuratissimo studio di marketing in cui abbiamo investito il 40% del capitale iniziale versato (pari a 50 euro), e che ha dimostrato di poter riuscire ad abbassare ulteriormente il quoziente intellettivo dei target di consumo prescelti (ortoressici: 37%, nemici degli equini: 41%, feticisti della pelle: 13%, acquirenti di scarpe costose: 83%, percentuali multiple), abbiamo optato per la scelta radicale e siamo entrati con un unico prodotto in *tutti* i settori. Così il Limulo si compra come animale da acquario, affettuoso e discreto al tempo stesso, curioso nell’aspetto ed elegante, capace di intonarsi efficacemente e ad ampio raggio in salotti, bagni e camere da letto. Poi si sfruttano le sue innate capacità vibromassaggianti; il suo pratico guscio simile a un wok; la sua polpa gustosa, dal sapore lievemente triassico; e infine le proprietà rivitalizzanti dei suoi Oli Esausti Essenziali. Una linea vincente a tutto campo”.

Lo sfruttamento delle creature, sempre secondo i dettami dello stile di vita archeo-lifestyle, avviene entro i limiti dell’eticamente corretto: ad esempio la crema di limulo (foto di copertina) viene prodotta solo da animali morti (meglio se morti da parecchio tempo: il principio di putrefazione garantisce che gli oli esausti essenziali estratti siano al massimo del proprio potenziale) e solo in seguito alla solenne cerimonia funebre per la dipartita dell’essere che fu. fig12f.gifCosì ci spiega il dott. Serir, in un recente articolo pubblicato sul mensile Le Scienze: “Ogni cellula prende ordini dal DNA. L’estratto di limulo va ad agire proprio sul DNA, cambiando così gli ordini impartiti. Ecco che una cellula ormai vecchia, che il suo DNA indirizzerebbe verso la morte, l’estratto la reindirizza verso la vita. [...] Tutto questo provoca uno sconvolgimento dell’intero organismo, che viene riprogrammato ad uno stato di non usura. Ciò è evidente andando ad analizzare i valori del sangue, dove le analisi di un ottantenne sembrano quelle di un ventenne”.

Altro oggetto culto prodotto dalla LimuLife è il vibromassaggiatore ottenuto con la commercializzazione di limuli vivi e addestrati all’arte del massaggio: nessuno sfruttamento - giurano Kumagoro e Serir - giacché, secondo i più recenti studi scientifici, la natura stessa del singolare animale è tale che nell’atto del massaggiare egli prova vette di piacere inesplorate ed inaccessibili al resto del creato: il grafico che illustra l’improvvisa crescita della serotonina nel cervello dell’artropode non lascia dubbi. A tal proposito, sempre il dott. Serir nel suo articolo: “Tutti gli artropodi hanno un sistema nervoso semplificato rispetto ai vertebrati. Questo comporta che possono provare poche emozioni, ben precise, regolate da un singolo neurotrasmettitore, il che rende molto facile rilevarle. Un innalzamento tale dei livelli di serotonina dimostra ampiamente quanto l’animale sia fiero del suo operato, quanto l’atto del vibromassaggio costituisca l’appagamento principale per queste creature. Poche volte, nella mia carriera scientifica, ho visto innalzamenti di tale entità”. Sull’argomento, invece, l’enigmatico Kumagoro ci propone una spiegazione più filosofica: “Ciò che rende diverso il Limulo dagli altri estratti di atropode dal minor successo commerciale (come il Rotten Scorpion della Maybelline, o le Suc d’Araignée de L’Oréal) è il fatto che il Limulo *desidera* essere sfruttato. Accuratissimi test sulle microonde cerebrali e sulla fisiognomica relativa dei riceventi ci dimostrano che il Limulo attendeva da milioni di anni la possibilità di riscattarsi sul piano evolutivo, fornendo un servizio utile all’Ecosistema Terra. Il Limulo è l’unico essere vivente che riconosce negli Esseri Umani i Padroni del Creato. Alcuni ricercatori indipendenti sono arrivati a teorizzare che in certe tracce lasciate dal Limulo sulla sabbia ci sarebbe la chiara prova dell’esistenza di una semplicissima religione limulica incentrata su una divinità monoteista fatta a immagine dell’Uomo (e, nei giorni di shopping, della Donna).

Per saperne di più sui due rivoluzionari intellettuali promotori della campagna, Kumagoro e Serir ovvero il Presidente nonché Ideologo e il Capo della Ricerca Scientifica nonché Altro Ideologo della LimuLife, abbiamo pensato di fare cosa gradita ai nostri lettori pubblicandone una breve intervista esclusiva che siamo riusciti a strappare loro grazie ai ripetuti e furtivi appostamenti di colui che scrive, davanti alla loro scintillante sede di Roma. Il primo ad essere intercettato è il sorridente Serir. Mister Serir ci può illustrare, in qualità di scienziato, quali sono le proprietà più rilevanti degli oli derivanti dal Limulo? Innanzi tutto la ringrazio per avermi chiamato scienziato. Sono convinto che mia madre si commuoverà quando leggerà questa intervista, sa i figli “so piezz ‘e core”. Il Limulo fa bene, ormai è assodato, fa bene un pò a tutto. Lei deve sapere che i Giapponesi già nel 14° secolo lo veneravano come animale sacro. Si narra di un samurai che dopo un duello, in fin di vita, si strofinò sulla ferita aperta un limulo, il quale passava lì per caso. Beh, guarì completamente e da allora la tenera bestiola venne usata come panacea di tutti i mali. Il motivo sta nel suo particolare sangue, dal quale noi estraiamo un componente segreto, attraverso un processo di cui la LimuLife ha il brevetto fino al 2100. Tale componente permette al DNA delle cellule di riattivarsi, così da revertire allo stato “staminale”. Si tratta di un vero ringiovanimento, che teoricamente può essere protratto all’infinito.

Molti del vostri detrattori sostengono che il processo di estrazione degli oli dal limulo avvenga sulla bestia ancora viva e cosciente. Sono solo voci diffamatorie o c’è del vero? Sono dicerie messe in giro dagli invidiosi. I limuli vengono dolcemente uccisi prima dell’estrazione e il livello di sofferenza è ridotto al minimo. Comunque se vuole la mia opinione a riguardo, attraverso la scienza l’uomo diventa Dio e così facendo può permettersi di sfruttare tutto ciò che vuole per i propri fini. In fondo se siamo in grado di far tornare indietro la lancetta del tempo, perché non farlo? Se l’uomo è giunto ad un tale traguardo senza che “una saetta dall’alto” lo folgori, evidentemente è giusto che lo faccia.

Quali sono le ragioni degli pseudonimi da voi utilizzati? Abbiamo paura della criminalità organizzata. Il limulo fa gola ai maggiori boss mondiali, oltre che a Sandra Milo, Mick Jagger e Patrizia Pellegrino. Lei comprende, purtroppo questo non è un mondo perfetto.

Quali sono gli altri esseri del creato da voi considerati archeo-compatibili? Come le dicevo, l’uomo è Dio. Quindi potenzialmente tutti i viventi possono essere utilizzati in tal senso, basta trovarne il modo. In cantiere abbiamo delle idee su altre specie, ma non posso rivelarle troppo! (ride compiaciuto e mi strizza l’occhio, n.d.r)

Chi è Serir? La prova che l’intelligenza può andare di pari passo con la bellezza.

Un consiglio per i vostri seguaci… Loro sanno già quello che mi aspetto. In più posso dire che sono aperto a nuove idee e prospettive, basta che me le vengano a comunicare e che io ne ricavi una buona percentuale.

Kumagoro

Kumagoro, di ritorno a tarda notte da una conferenza stampa (in compagnia di una signorina di bell’aspetto e dallo sguardo stranamente vuoto) accetta di farsi porre alcune domande a cui risponde di malavoglia e assai direttamente. Molti dei seguaci dell’archeo-lifestyle hanno scoperto che recarsi al proprio posto di lavoro completamente nudi, eccezzion fatta per la foglia di ginko biloba sulle parti intime, è il non plus ultra della archeo-lifestyle. E’ vostra l’idea? Dobbiamo in realtà prendere le distanze a livello ufficiale da questo tipo di comportamenti causati dalla moda-limulo. Se me lo chiede in confidenza, dirò che apprezzo taluni dei più noti portavoce mediatici di questo stile di vita. Ma per lo più, non sono che un’ulteriore dimostrazione della veridicità dei nostri studi di marketing legati al quoziente intellettivo dei consumatori. Detto con grande affetto e riconoscenza, naturalmente.

Perchè sia lei sia il suo socio Serir utilizzate pseudonimi? Quali pseudonimi?

Chi è Kumagoro? Quello dei due che più somiglia a un Limulo. Orgogliosamente.

Un consiglio per gli scettici… Credete nel Limulo. Il Limulo non vi giudica.

E così, con una franca stretta di mano e un tiepido congedo, il nostro sussurra poche parole alla sua accompagnatrice dallo sguardo vitreo “Vieni Trillian, torniamo in laboratorio”, la prende per mano e scompare dentro il portone della LimuLife, giureremmo, avvolto in una nuvola di zolfo.

L’angelo del Focolare

Azdora Romagnola

Milano, 21. Gennaio 2008. Oggi lonza di maiale alla birra. La lonza, di per sè, è una carne molto asciutta… sicchè la sto affogando nella Pilsner Urquell, dopo averla dorata con olio, poco burro assieme a cipolla, alloro, rosmarino, pepe nero in grani, ginepro, pepe nero macinato e sale…” così, con stile asciutto ed efficace, declama dalle sue pagine colei che, secondo la rivista Fortune nel suo primo numero di gennaio, incarna alla perfezione il nuovo mito della donna moderna europea: Chicca, l’Azdora Romagnola. E’ proprio Fortune a portare alla definitiva ribalta il personaggio, la cui notorietà è cresciuta nell’arco dell’anno con le frequenti e sempre acute partecipazioni al portale di divulgazione mondiale Pinguini nel Salotto (di cui abbiamo dato ampio resoconto da queste pagine, con l’intervista al fondatore Luca XX Ventimiglia) e, soprattutto, con la fondazione del nuovo portale Maialini Alla Birra nel Salotto (sempre della xxmiglia network) di cui, si dice, sia stata nientemeno che la musa ispiratrice e di cui, senza dubbio alcuno, incarna alla perfezione il ruolo di angelo del focolare: è proprio da queste pagine che il suo talento culinario si esprime ai massimi livelli (celebre la sua conversione del noto maiale alla birra in cous cous) allietando la presenza delle numerose voraci personalità che nei Maialini stanno anch’esse costruendo la propria fortuna.

Cedo alla tentazione di sbirciare tra i battenti della porta che separa il salone, dove sono in attesa prima dell’intervista, con la grande cucina in cui sento spadellare la nostra celebre ospite e, tra bagliori di rame e stagno come si conviene alle pentole di uno chef di tale levatura, la scorgo di trequarti in tenuta da lavoro, munita dell’immancabile mattarello, muoversi con levità sul grande banco lavoro dove, presumo, vengono alla luce i suoi celebri capolavori; mi ritraggo per discrezione in attesa dell’ora convenuta quando, passati pochi minuti, come per magia mi si para d’innanzi impeccabile ed elegante (quel tipo sobrio di eleganza non affettata, un po’ retrò come si conviene al personaggio) e con un gran sorriso mi fa cenno di seguirla nel salotto dove si svolgerà la conversazione.

Allora Sig.na Chicca, che effetto le fa vedersi catapultata nella notorietà da un giorno all’altro? Si sente un po’ la Scarlett Johansson della blogsfera? Mah… Non per vantarmi, ma mi sento più l’Antonella Clerici della blogsfera… peccato per le forme… troppo secca, quella ragazza… poi, sa, io sono una ragazza semplice, dai vecchi valori… la notorietà non mi ha cambiata di una sverza.. A proposito… mi ha fatto venire in mente che nel menù di stasera potrei mettere le verze stufate con uvette, capperi, aglio e pinoli…

Ci sveli dunque il mistero che avvolge la nascita dei Maialini. E’ vera la voce secondo cui lei sia addirittura la musa ispiratrice del progetto? Ci racconti come è andata veramente… Mah… sa… noi angeli del focolare ci sentiamo sempre responsabili per il benessere dei nostri cari. E i nostri cari rispondono al nostro affetto alimentare come meglio possono. Io mi sono limitata a stimolare l’appetito e stuzzicare le fauci dei nostri aitanti e robusti giovani. E quindi han pensato bene di darmi notorietà.. cosa che non avevo richiesto, anzi, a essere sincera un po’ mi pesa… ma lo sa che da quando sono nati i maialini nel salotto il mio ristorante tipico si sta trasformando in un locale alla moda? Ma pensa te! E magari adesso vorranno prelibatezze e stuzzichini macrobiotici, macrobiotici o quel che è… ma rimarranno delusi… il piatto forte rimangono sempre gli strozzapreti al ragù e la grigliata di castrato…

Lei è celebre per le sue mai celate passioni per il maiale e per le scarpe. Esiste una connessione tra le due? Oh.. se sapesse… un paio di scarpe nuove equivale a una ricetta nuova… peccato avere così poche scarpe… a volte mi diverto a cucinare con i tacchi alti, con gli stivali, con le ciabatte.. ma sa che i piatti acquistano un altro sentore? Un po’ come il realismo magico di Dolce come il cioccolato, di Laura Esquivel.. solo che a dar sapore ai miei cibi non sono i miei sentimenti ma le scarpe che indosso… ah, ma è solo una questione psicologica, eh! Lo scriva, che sennò mi mandano la ASL al ristorante!

Nei suoi interventi lei è spesso impegnata sul fronte della cultura e dell’arte. La sua cucina è arte? Certamente sì. Proprio adesso sto meditando di coinvolgere grandi disegnatori per dipingere i miei manicaretti! Ma lo sa che anche Renoir dipingeva frutta e verdura per un suo committente? Lui era un vero gourmandise, e commissionava al pittore quadri di alimenti da mettere in cucina, così le cuoche si sarebbero ricordate di cucinare, chessò, gli asparagi, più spesso…

Spesso le viene rimproverato il fatto che, all’interno della stretta cerchia dei suoi collaboratori dei Pinguini e dei Maialini, nessuno abbia mai avuto l’onore di assaggiare una suo piatto. E’ una scelta o rimedierà? Mah… è che c’è una cosa per un suo tempo e un tempo per ogni cosa. O era il contrario? E poi si sa che l’attesa stuzzica il desiderio. Spero solo che non si creino troppe aspettative. Alla fine sono semrpe la solita ragazza di campagna. Qualche secondo di pausa e prosegue, forse notando la mia espressione che tradisce una certa aspettativa… Tra l’altro preciso che la Pilsner Urquell è troppo amara per farci il maiale. E la lonza è il pezzo più sbagliato, a meno che non la si faccia a fettine.

Che difficoltà si incontrano a condividere una sincera amicizia con qualcuno che ha dichiarato di essere vegetariano? Stiamo parlando di Lou, la parigina misteriosa con cui spesso condivide idee e pensieri su Pinguini e Maialini? Mah… nella vita, grazie al cielo, si fanno incontri che arricchiscono proprio per la diversità delle persone. Con l’amica Lou abbiamo comunque un sacco di passioni comuni, a partire dall’amore per le scarpe introvabili (siamo tutte e due ben dotate di piede da madre natura)… abbiamo condiviso gioie e dolori, dal nostro primo incontro in Università fino alla censura subita sul forum del covodeglisbronzi.it per l’uso improprio e l’abuso delle parole shopping e smalto… Insomma: siamo legate ben oltre le nostre scelte alimentari.

Progetti per il futuro? Mah… il ristorante va bene, ma mi sento un po’ insoddisfatta lo stesso… magari penserò a un titolo di studio superiore, così, per soddisfazione personale, tanto non serve a molto… o magari aprire una catena dei miei ristoranti all’estero… chessò… in Svezia, in Giappone… e servire i passatelli o il pollo al limone o l’orzo con il cavolo nero a ignare popolazioni straniere. E magari, chessò, trovarmi un bello sventolone orientale o finnico… però anche Hugh Jackman mi va bene…

E così, con questa risposta inaspettata su un tema, quello sentimentale, che proprio lei mi aveva raccomandato di non affrontare pena un “no comment” su tutta la linea, termina la nostra intervista. Se Hugh Jackman o lo sventolone di cui sopra leggono queste righe… beh, si affrettino a non lasciarsi sfuggire la nostra ragazza di campagna: gli strozzapreti al ragù che ha insistito per farmi assaggiare uniti al suo conto in banca la rendono senz’altro quel che si definisce “un buon partito”.

The Man Of The Year

The Man Of The YearNew York, 16 gennaio 2008. Sono davanti all’enorme porta a vetri che mi condurrà dalla chiassosa Manhattan all’ufficio di colui che, a buon diritto, il Time ha eletto come l’uomo dell’anno del 2007. Sento che l’emozione sta per avere la meglio sulla professionalità, ma varco ugualmente quella porta che mi condurrà alla prima e storica intervista per il pubblico italiano a Luca Ventimiglia, in arte XX, dopo la recente incoronazione: quest’uomo è il primo cittadino del Bel Paese in grado di conquistare il prestigioso riconoscimento da parte del glorioso periodico statunitense; del resto stiamo parlando di colui che, in soli tre anni da quel famoso 23 Ottobre 2004, è riuscito a scalare, con i suoi Pinguini nel Salotto, le vette di internet arrivando addirittura a minacciare il mostro sacro Google: l’uomo, in cifre, vale un fatturato annuo di 35 Euro (solo la pizzeria lo Scugnizzo, da lui citata, gli valse nel 2006 oltre 13 Euro come partecipazione da inserzionista), una cinquantina di contatti sulla sua homepage ogni giorno (ogni giorno!) e la presenza stabile ai vertici di google alla voce di ricerca “Dentuto Gianfranco”.

Noto per la sua idiosincrasia per i cavalli, sembra che abbia avuto una storia d’amore con Paris Hilton, incontrata a Hollywood in occasione della presentazione ai media del nuovo blog, dal taglio editoriale più leggero dei Pinguini, da lui sponsorizzato alla fine del 2007. Voci o verità? Stiamo per scoprirlo direttamente attraverso le sue parole.

Allora Mr. Ventimiglia, come giudica il suo operato nel 2007? Così straordinario come dicono i media di tutto il mondo o, conoscendola, ha qualcosa da rimproverarsi? Innanzitutto buongiorno a lei e a tutti i lettori. Il mio 2007? Beh, all’inizio dell’anno proclamai in mondovisione il 2007 come Anno dell’Esagerazione. Mi pare che il risultato sia stato soddisfacente. Eppure, c’è qualcosa che non posso non rimproverarmi: nonostante io ce l’abbia messa tutta per impedire che ciò accadesse, L’allenatore nel pallone 2 è uscito lo stesso. Però nel 2008.

Sui Pinguini lei non ha mai nascosto il suo passato, anzi ne ha fatto un cavallo di battaglia (e mi scuso per la parola cavallo). Ma com’è xx oggi? (si rabbuia) Le tiro le orecchie per questa domanda, perché la mia ostentazione del passato non è altro che un modo per il lettore attento per arrivare a conoscere il me stesso attuale. Noi siamo quello che eravamo, è il mio motto (da adesso in poi, almeno). Quindi, si rilegga la sezione Aneddoti Inconcludenti, e lì troverà la sua risposta.

Il gossip mondiale insiste a diffondere la notizia secondo cui lei e Paris Hilton siate in rapporti più che amichevoli. Cosa c’è di vero in tutto questo? (ride) Ma no, io e Paris siamo solo buoni amici. Prossima domanda, per favore. (strizza l’occhio)

L’enciclopedia stronza, gettonatissima rubrica dei Pinguini, sta prepotentemente soppiantando l’orami datata Wikipedia. La critica che le viene mossa dai media tradizionali è che l’informazione da lei prodotta non ha alcun fondamento di realtà. Come commenta? I media tradizionali, i cosiddetti GIGI, hanno fatto il loro tempo, e la loro autorevolezza ormai è scemata. E quindi chiedo io a lei: se chi è privo di autorevolezza muove critiche ad informazioni diverse, a chi bisogna dare ascolto? La risposta, amico mio, soffia nel vento!

Vuole descriverci in due parole gli abitanti primigeni dei Pinguini, ovvero l’affezionato pubblico che, nei primi anni di difficoltà, l’ha aiutata a diventare l’incontrastato opinion leader mondiale che oggi può vantarsi di essere? Nei primi anni di difficoltà non c’era alcun abitante nei Pinguini, a parte me stesso. Infatti, tutti mi odiano. Ma io non mi sono mai arreso, e col duro lavoro oggi sono qua, uomo dell’anno. Devo rigraziare solo me stesso: d’altronde, tutti mi odiano. Ah, l’ho già detto. Questo non scriverlo. (la deontologia professionale e un certo sadismo mi impongono di scriverlo ugualmente per dovere di cronaca, ndr.)

Progetti per il futuro? I Pinguini continuano a darmi grandi soddisfazioni, ma bisogna saper guardare anche oltre il proprio orticello. E’ per questo che ho pensato di provare nuove esperienze, e ho cullato l’idea di imbarcarmi come mozzo per cercare fortuna. Poi mi son ricordato del mio lucroso conto in banca, e ho deciso di no. Come nuova esperienza, questa sera cucinerò il pollo coi peperoni.

Chiudiamo con il più grande dei rovelli che affliggono il mondo che segue le sue imprese: ha mai perdonato il Dentuto Gianfranco, dopo lo spiacevole episodio? (ride) Il Dentuto Gianfranco è stato già abbastanza punito da Suor Luciana, e non ho motivi per serbargli rancore. Anzi, approfitto dell’occasione per rivolgere un appello al Dentuto Gianfranco per una pubblica rinconciliazione. Con un pranzo a base di lumachine! (ride fragorosamente)

Dopo aver concluso l’intervista informalmente con qualche battuta sui cavalli e aver gustato dell’ottimo Tavernello che l’Uomo dell’Anno ha insistito per offrirmi, egli mi congeda con cordialità e con la raccomandazione di accompagnare l’articolo con una foto che gli renda giustizia: crediamo di averlo accontentato.

Interludio

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Al contrario delle credenze popolari che vogliono che i cinesi siano gli unici orientali a mangiare i cani, ecco la dimostrazione del contrario: la mia nipponica consorte intenta a divorare il povero Tomatsu…

Competizione politica

Candidati alle elezioni di sindaco di IkedaGirovagando per Ikeda, piccolo centro urbano nei pressi di Osaka, mi sono imbattuto nel cartellone ove erano affissi i manifesti propagandistici per le elezioni del sindaco. Il candidato era unico. La sera stessa sono andato a cena in un piccolo ristorante nei pressi della stazione e ho potuto vedere il suddetto candidato, in piedi davanti al ristorante, arringare i passanti in un lungo, cerimonioso ed affabile discorso il cui contenuto, come mi ha poi detto mia moglie, era più o meno incentrato sulle ragioni per le quali i concittadini avrebbero dovuto eleggere lui. Pochi giorni dopo ho ricontrollato il cartellone e ho potuto constatare che l’ex-candidato era ormai diventato il sindaco di Ikeda.

Appunti di viaggio

4 Maggio 2004 - Caffè ? Assunto. Sigarette ? Comperate. Gazzetta dello Sport ? In mano. Biglietto ? Timbrato. L’Intercity in arrivo da Ventimiglia si arresta pigramente sul binario quattordici della stazione di Genova Principe e spalanca le sue porte con uno sbuffo. Sono le nove e trentadue, l’orario di partenza era previsto per le nove e dicotto: anche il rassicurante quarto d’ora accademico è rispettato in pieno. Attendo che anche l’ultima vecchietta carica di bagagli ruzzoli sul marciapiede e, finalmente, mi accingo a salire in seconda classe, con il volto piacevolmente paralizzato nel sorriso di chi ha la solida consapevolezza di un lungo e rilassante viaggio sul mezzo di trasporto più amato dai pendolari: il caro vecchio treno, appunto.

Ma qui casca l’asino! Sto affannosamente cercando uno scompartimento fumatori con un posto a sedere quando apprendo mestamente, nel varcare una porta, che “Questa è una carrozza non fumatori. E’ fatto divieto tassativo di fumare negli scompartimenti e nei corridoi, indipendentemente da eventuali segnalazioni contrarie […] i trasgressori saranno puniti con un’ammenda di Euro …”, come recita in sintesi il minaccioso e monumentale cartello adesivo esposto sulla porta di entrata del vagone; ne deduco che non esistono più gli scompartimenti per fumatori e quelli per non-fumatori, ma sono nate le carrozze per peccatori e quelle per salutisti. Poco male: cerchiamo una carrozza per peccatori. Dopo aver varcato circa duecento porte recanti immancabilmente scritto che quella era una carrozza in cui si faceva divieto tassativo di godersi un’innocente sigaretta bla bla bla, la mia attenzione si concentra sulla soave voce del Capotreno che, in filodiffusione, mi ringrazia, a nome delle Ferrovie dello Stato, per la preferenza accordata (preferenza?!? mi viene il dubbio che si riferisca al fatto che avrei potuto preferire di andare a Milano in macchina fumando avidamente un Cohiba Siglo 7 senza il terrore di infrangere alcuna regola), dopodichè si scusa infinitamente per il ritardo di diciassette minuti accumulato, che potrebbe, però, diminuire ed infine mi ammonisce che sul treno non si può fumare (un interminabile attimo di terrore mi atterrisce, una goccia di gelido sudore mi attraversa la fronte) tranne che (un irrefrenabile impeto di gioia mi scongela le arterie) nell’apposita … bzzz … bzzz … (eeeeeh?) e mi ricorda, inoltre, che la suoneria del mio cellulare deve essere sufficientemente bassa da non recare fastidio agli altri viaggiatori. Cosa cosa cosa?!? Fumare nell’apposita … cosa ?!? Interferenze della linea elettrica sulla filodiffusione, naturalmente nel momento più opportuno. Come se non bastasse, nel frattempo, la mia disperata ricerca di una porta con un cartello diverso dai seimila precedenti si arresta bruscamente contro il vetro dell’ultima carrozza: davanti a me solo i binari che convergono in un punto sulla linea dell’orizzonte. Carrozze fumatori trovate: zero. Tempo trascorso: venti minuti. Ricominciamo, non facciamoci prendere dal panico.

Parto ottimista alla ricerca del Capotreno dalla voce soave, nella speranza che, parlandone di persona, non vi siano altre interferenze che mi occultino un’informazione così vitale per il mio viaggio: dove posso fumare.

Naturalmente so già che, se io sono in coda al treno, egli sarà per forza in testa al treno: senza perdermi d’animo, mi dirigo spedito in direzione del locomotore quando, ancora nel penultimo vagone, scorgo una porta di separazione senza alcun cartello: che sia un segnale che la mia ricerca è terminata? Forse all’andata mi è sfuggita su questo vagone una qualche indicazione che renda lecito il mio desiderio di fumare? Entro speranzoso nel suo interno e cerco nello sguardo dei passeggeri che lo stivano la complicità del vizio, uno sbuffo di fumo bianco da qualche parte, un pacchetto distrattamente appoggiato, un posacenere pieno: il deserto del Sahara. Niente di niente. Dopo qualche ulteriore attimo di smarrimento, rassegnato sto per uscire in preda a frustrazione dal vagone delle mie illusioni ma, aprendone la porta, scorgo un cartello leggermente differente che mi da un qualche barlume di speranza: dopo una dettagliata perizia calligrafica scopro che, sebbene esso mostri un aspetto sostanzialmente identico, nel cartello che osservo non compare alcun non tra la parola carrozza e quella fumatori e, osservando ancora più attentamente, al posto di è fatto divieto di compare la frase è possibile.

Inoltre l’indicazione rettangolare di colore blu, che nei precedenti cartelli mostrava un’enorme sigaretta stilizzata barrata da una minuscolo segmento (ad indicarne il divieto), questa volta mostra una enorme sigaretta stilizzata e basta. Realizzo, immensamente felice, dopo pochi scoppiettanti attimi che questa è una carrozza fumatori. Questa è una carrozza fumatori!!!

Torno indietro, richiudo alle mie spalle la porta che mi ha reso felice, cerco avidamente uno scompartimento con un posto dove sedermi e, nel farlo, mi viene distrattamente in mente che… avrebbero potuto differenziare almeno cromaticamente i cartelli delle porte! Magari una qualche chiazza di rosso dove è proibito e un barlume di verde dove è possibile. Oppure tutto rosso e tutto verde, chissà. Va be, poco male, questo pensiero fugace non mi impedisce di trovare comunque un posto e di sedermi. Felice come un bambino prima di entrare in una gelateria, mi soffermo a guardare i miei nuovi compagni di viaggio: alla mia destra un ragazzo con walkman che agita impercettibilmente la testa a occhi chiusi. Di fronte una signora sulla quarantina con vertiginosi tacchi a spillo e un inguardabile paio di occhiali da sole appoggiati sulla fronte. Infine, alla sua sinistra vicino al finestrino, un signore con la faccia da vecchio bracco, dietro un paio di occhiali grandi, incerottati e puntati in direzione del Corriere della Sera, accartocciato sulle sue ginocchia. Sicuramente, penso, sono fumatori: in tutto il treno, su un milione di posti disponibili, solo poche decine sono destinati a noi viziosi! Quindi anche loro, come me, avranno dovuto sputare lacrime e sangue prima di guadagnarsi il posto agognato, ma ora saranno felici di poter centellinare il vizio durante il viaggio, gustandone ogni saporita boccata.

Mmmm. Qualcosa non mi quadra: e allora perché non sta fumando nessuno ? Forse sono tutti sazi, perché ne hanno fumate milleduecento per vendetta nei confronti dell’ostruzionismo moralista delle Ferrovie dello Stato, appena prima che io arrivassi. Si, ma allora perché l’aria di questo vagone è più pura che sulla cima del K2? Mmmm. Confuso e con molti dubbi, provo a sondare il terreno e appoggio il mio pacchetto di Marlboro Light sulle ginocchia, ne estraggo una e mi ci metto a giocherellare nervosamente. Scruto le reazioni dei miei compagni di viaggio: il ragazzo continua a ondeggiare a occhi chiusi, evidentemente non ha colto. Il vecchio bracco alza il sopracciglio destro: evidente segno di approvazione o semplice emiparesi? Mah! Sto ancora valutando la reazione del Bracco quando il teatrale sbuffare della signora con i tacchi e gli orrendi occhiali attira la mia attenzione. Sbuffa perché ha finito le sigarette e vorrebbe fumare le mie ma non ha il coraggio di chiederle oppure perché, ed è quello che temo, mi biasima nel profondo? Ormai non ha senso tirarsi indietro, vediamo cosa succede se me la accendo. E così faccio.

Inforcati gli occhiali (veramente osceni: tipo occhiali a fascia da alpinista, ma con inutili ed inaccettabili aperture ovali sui lati; il color cedrata che vira al chinotto nella parte più alta delle lenti condisce l’orrore) la signora fa schioccare sul pavimento i tacchi e mi fissa severa: prima sfodera uno sguardo da gerarca nazista che scopre, nella sua camera da letto, un ebreo abbracciato alla moglie e poi mi butta la un cordiale “Dovreste morire tutti di tumore, bastardi!” sussurrato in un ghigno a denti così serrati da far saltare anche le mie otturazioni. Giuro. Il Bracco, anch’egli come me inorridito, si gira dalla parte opposta e si rituffa nella lettura del Corriere: se anche avesse voluto elargirmi qualche rimprovero, ora non ne ha più il coraggio dopo l’uscita della signora. Il ragazzo oscilla, incurante. Io penso incredulo a quello che mi ha detto: che cosa può ridurre una persona, pur dotata di incredibile cattivo gusto come dimostrano inequivocabilmente i suoi occhiali, a tanto livore da augurare morte dolorosa ad un perfetto sconosciuto? Nell’interrogarmi su tali oscure questioni, il mio orgoglio precede nettamente la mia attenzione e mi fa dire, fermo e cordiale: “Signora, questa carrozza è per fumatori!” – speriamo di aver letto giusto, speriamo di aver letto giusto – “Se ha qualche problema con il mio fumo, può benissimo andare in una delle seicento carrozze dove c’è il divieto”. E quella con lo stesso tono di voce della mia professoressa di matematica del liceo quando ti beccava a copiare, cioè urlando come una pazza: “E allora questo che cosa diavolo è ?” e mi indica il vecchio segnale dello scompartimento che, effettivamente ahimè, riporta una dannata croce rossa su una innocente sigaretta bianca.

Panico e smarrimento mi attanagliano, ma la memoria visiva mi soccorre appena in tempo: “Senta, il cartello sulla porta del vagone recita chiaramente che in tutta la carrozza è permesso fumare, indipendentemente da eventuali segnalazioni contrarie. Quindi, indipendentemente da questa segnalazione, io fumo e lei, se non gradisce, cambia posto”. Se ho capito male qualcosa, sono fottuto. Fortuna vuole che il ragazzo, che ha appena smesso di oscillare e ha spento il walkman incuriosito dall’urlo d’aquila della contessa con cui sto litigando, sia un collega fumatore e, sempre per fortuna mia, sia anche un giovane sveglio e attento. “Ha ragione il signore” – le dice indicando me – “Guardi che qui si può fumare, l’ho chiesto al Capotreno nella stazione di Ventimiglia!” E, presa una Chesterfield dal pacchetto nascosto nel taschino della camicia, l’accende con aria di sfida. Lo sto amando, in questo momento, veramente. Se solo anche il Bracco prendesse una posizione favorevole potremmo facilmente picchiare quella dannata strega… ma quello continua imperterrito a fare finta che non sia successo niente e si ostina a leggere la pagina di cronaca del suo giornale. Dannato. L‘amabile signora, comunque in evidente inferiorià numerica data la neutralità del Bracco, non può fare altro che ritirarsi, furente: si alza sdegnata e, pestandomi teatralmente il piede sinistro con gli otto centimetri del suo maledetto tacco a punta, si allontana con passo nervosetto e biascicando insulti contro Ferrovie dello Stato, Governo, Opposizione, Nostro Signore Iddio, diversi santi e, naturalmente, tutti i fumatori, che, a suo dire, marciranno per l’eternità tra le fiamme dell’Inferno.

Nel frattempo la filodiffusione ci annuncia, tramite la voce flautata del Capotreno, che siamo in arrivo alla stazione di Voghera e che il ritardo accumulato è ora di ventitre minuti, senza nessuna menzione questa volta al fatto che, forse, il ritardo diminuirà; apprendiamo inoltre che le Ferrovie dello Stato, dimostrando una premura inaspettata, sono disposte a restituirci il cinquanta percento dell’importo del biglietto se il ritardo superasse i venticinque minuti nella stazione di arrivo. Io e il ragazzo con il walkman, entrambi con le rispettive sigarette sbuffanti in bocca, ci guardiamo e ci scambiamo un ghigno di soddisfazione e, con un certo stupore, noto che anche il Bracco, neutrale sino a quel momento, ci rivolge una benevola occhiata di approvazione, quel genere di occhiata che un papà, falsamente arrabbiato per compiacere la mamma, rivolge premuroso ai bambini quando quella ha appena finito di rimproverarli per l’ultima marachella.

Il viaggio procede tranquillo fino a Milano: lettura integrale di tutto il calciomercato, un sorso di cocacola aquistata dall’omino con il carrello delle vivande, una sigaretta post-cocacola, un riposino defatigante e, dentro di me, l’intima rammaricata convinzione di aver perso tre quarti d’ora per ricercare la benedetta carrozza, che mi ha ospitato. Il dolce Capotreno fa il punto: informa noi signori viaggiatori che stiamo per arrivare alla stazione di Milano Centrale e che il treno termina li la sua corsa; curiosamente non ci viene comunicata alcuna notizia riguardante il ritardo accumulato nè se tale ritardo ci darebbe il diritto al rimborso del cinquanta per cento del prezzo del biglietto (vediamo un po’, dodici euro e novantasei quindi il cinquanta percento sarebbe la bella sommetta di sei euro e quarantotto: però!). L’approccio alla stazione Centrale mi sembra, come sempre, interminabile, ma, anche questa volta, arriva alla sua fine: scendo dal treno e mi tuffo nel caldo di Milano.

Gazzetta dello Sport ? Dimenticata sul treno. Caffè ? Volentieri, grazie. Sigarette ? Decurtate. Biglietto ? Ormai non mi serve più.

Il primo articolo di test

Questo è il più classico degli articoli di test